TrevisoFilm 
[ Produzione Visiva Indipendente ] 
da un'idea di: Giorgio Viali
   
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Treviso Film 
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[ Produzione Visiva Indipendente ] 

ANTIGONE 
[ Versione Minima ] 

[ Traduzione Ettore Romagnoli ] 
[ Adattamento di Giorgio Viali ] 
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PROLOGO

PRIMA SCENA

ANTIGONE:
O compagna, o sorella
sai tu quale dei mali che provengono
da nostro padre, gli Dei sopra noi non compiano,
mentre siamo ancor vive? Oh! nulla v'e'
di doloroso, di funesto e turpe,
di vergognoso, che fra i mali tuoi,
fra i mali miei visto non abbia. E adesso,
qual bando e' questo, che il Sovrano, dicono,
fece or ora gridar nella citta'?
Lo sai? Lo udisti? O ignori tu che offese,
come a nemici, sugli amici incombono?
ISMENE:
Nessuna nuova, ne' trista ne' lieta,
dei nostri amici mi giunse,
da quando entrambe noi di due fratelli
orbe restammo, in un sol giorno uccisi
con reciproca mano. E poi che lungi
la scorsa notte ando' l'esercito,
io null'altro mi so: ne' piu' felice
ne' sventurata piu' di pria mi reputo.
ANTIGONE:
Ben lo sapevo; e fuori del Palazzo
percio' ti trassi: per parlarti sola.
ISMENE:
Che c'e'? Questo tuo detto oscuro sembrami.
ANTIGONE:
Non sai tu che il Sovrano, onor di tomba
concesse all'uno dei fratelli nostri,
l'altro mando' privo d'onore? Uno,
come la legge e la giustizia vogliono,
sotto la terra lo celo', che' onore
fra i morti avesse di laggiu'; ma il corpo
dell'altro, che peri' di misera
morte, ha bandito ai cittadini, dicono,
che niun gli dia sepolcro, e niun lo gema,
ma, senza sepoltura e senza lagrime,
dolce tesoro alle pupille resti
degli uccelli, che a gaudio se ne cibino.
Questo col bando impose il buon Sovrano
a te, dicono, e a me - lo intendi? a me! -
e che vien qui per proclamarlo chiaro
a chi l'ignora; e che non prenda l'ordine
alla leggera; e chi trasgredira',
lapidato morir dovra' dal popolo
della citta'. Son questi i fatti. E presto
mostrar dovrai se tu sei generosa,
o se, da buoni uscita, sei degenere.
ISMENE:
Ahime'!, sorella, al padre nostro pensa,
che odiato mori', per le sue colpe
ch'egli stesso scopri', d'onore privo,
e con la man sua stessa ambe le luci
si svelse; e poi la madre sua, sua moglie -
di nomi orrida coppia! - a un laccio stretta,
scempio fe' di sua vita; e i due fratelli,
terza sciagura, l'un l'altro s'uccisero
in un sol giorno, miseri, e compirono
con reciproche mani il triste fato.
Ora noi due, sole rimaste, vedi
quanto sara' la nostra fine orribile,
se i decreti del principe e il potere
trasgrediremo, della legge a scorno.
Ed anche a cio' convien pensare: donne
siamo, e non tali da lottar con gli uomini;
e assai piu' forti son quelli che imperano;
e obbedire dobbiam dunque ai loro ordini,
e se fosser piu' duri. Io dunque, ai morti
chiedo perdono, poi che son costretta,
ed ai potenti obbediro': che' ardire
oltre le proprie forze, e' cosa stolta.
ANTIGONE:
Piu' non ti prego; ne' se ancor tu l'opera
partecipar volessi, io di buon grado
t'accetterei: sii tu quale esser brami.
Sepolcro io gli daro'; bella, se l'opera
avro' compiuta, mi parra' la morte.
E cara giacero' presso a lui caro,
d'un pio misfatto rea: poiche' piacere
piu' lungo tempo a quelli di laggiu'
debbo, che a quelli che qui sono. La'
giacer debbo in eterno. E tu, se credi,
disprezza pure cio' che i Numi pregiano.

SECONDA SCENA

CUSTODE:
Qualcuno ha seppellito
poco fa quel defunto, ed e' scomparso:
sopra le membra sparse arida polvere,
tutte compi' le cerimonie debite.
Colpo di zappa
non si vedeva, non gitto di pala;
ma dura e secca intorno era la terra,
senza solco di ruote e senza zolle;
ne' vestigia lascio' l'operatore.
E come all'alba a me la prima scolta
diede l'annunzio, uno stupor doglioso
tutti pervase: era sparito il morto:
non gia' sepolto; ma una lieve cenere
cospersa era su lui, come da chi
schivar volesse il sacrilegio; e segno
non pareva di fiera, e non di cane
che a laniarlo qui fosse venuto.
E suonarono allora acerbi detti
degli uni contro gli altri; ed il custode
rampognava il custode; e si veniva
ai colpi gia', ne' alcun v'era a frenarci:
che' poteva ciascuno esser colpevole,
ma non parere; e tutti diniegavano.
Ed eravamo gia' disposti a stringere
ferri roventi nelle mani, a muovere
tra le fiamme, a giurar per i Celesti,
che noi del fatto operatori, o complici
di chi l'avea compiuto o disegnato,
non eravamo. E quando, infine, nulla
non si trovo', per quanto investigassimo,
uno parlo', che a tutti il capo volgere,
per la paura, fece a terra. E infatti,
nulla c'era da opporgli: eppur, buon esito
non vedevamo al suo consiglio alcuno.
Esso dicea che conveniva al Sovrano
riferire l'evento, e non tacerlo.
E vinse il suo parere. E a me tapino
tanta fortuna riserbo' la sorte.
E a mal mio grado io giungo, a chi m'accoglie,
lo intendo bene, a mal suo grado: che'
un messagger di mali a niuno e' grato.

TERZA SCENA

CUSTODE:
Il fatto ando' cosi'. Come tornammo
cola', colpiti dalle minacce
fiere del Sovrano, spazzata via tutta la polvere
che ricopriva il morto, e messo a nudo
tutto il viscido corpo, in vetta al poggio
noi ci sedemmo, contro vento, dove
non giungesse il fetore; e, stando all'erta,
con male ingiurie l'un l'altro eccitava,
se mai la guardia trascurasse. E corse
lungo tempo cosi', finche' del sole
giunse il globo fulgente in mezzo al cielo,
e l'aria ardeva. Ed ecco, all'improvviso
una procella sollevo', flagello
sceso dal cielo, un nugolo di polvere,
invase i campi, della selva stesa
nel piano, tutta deturpo' la chioma,
pieno tutto ne fu l'e'tere immenso.
Serrando gli occhi, noi sopportavamo
quella furia celeste; e quando poi
cessata fu, che' lungo tempo corse,
la fanciulla fu vista. E si lagnava
con grida acute di doglioso augello
allor che degl'implumi orbo il giaciglio
scorge nel vuoto nido. Essa del pari,
come vide il cadavere scoperto,
ruppe in gemiti; e contro quei che l'opera
compi', lanciava imprecazioni orrende;
e su'bito raccolta arida polvere,
lo coperse; e levata alta una brocca
bella, di bronzo levigato, serto
fece di tre libagioni al morto.
Noi che vedemmo, ci scagliammo, e su'bito
la fanciulla afferrammo. Ed essa, nulla
si sbigotti'. Rimprovero di quanto
fatto aveva e faceva, a lei fu vo'lto:
e nulla essa nego': si' che piacere
e dolore ad un tempo a me recava:
che' ai malanni sfuggir, cosa e' dolcissima;
ma condurvi gli amici, e' doloroso.
Ma per me, tutte queste belle cose
contano poco assai, quando si tratta
della mia vita: io son fatto cosi'.

QUARTA SCENA

EMONE:
Padre, tuo sono. A me coi tuoi consigli
segni la via diritta, ed io la seguo:
nozze mai non saranno, ch'io pregevoli
piu' della tua sicura guida reputi.
CREONTE:
Ecco! Cosi' bisogna aver disposto
l'animo, o figlio: ai mo'niti paterni
ogni cosa posporre; e percio' gli uomini,
quando figliuoli han generati, s'augurano
obbedienti nella casa averli,
si', che nei guai rintuzzino il nemico,
e al par del padre onorino l'amico.
Ma chi genera invece figli inutili,
dirai che procaccio' travagli a se
stesso, di scherno appiglio ai suoi nemici.
Mai la lusinga del piacer di femmina
di senno uscire non ti faccia, o figlio.
Freddo, sappi, e' di femmina l'amplesso
che sia trista compagna del tuo talamo:
piaga peggior non c'e' d'un tristo amore.
Sputa su lei come nemica, lascia
questa fanciulla che qualcuno sposa
l'abbia agli Inferi: ch'io palesemente
l'ho co'lta, mentre, sola ella fra tutti,
tradiva la citta': ne' innanzi alla citta'
sara' ch'io manchi alla parola mia;
bensi' l'uccidero': canti di doglia
levi ella pure ai Numi.
Che' se i parenti miei vivere io lascio
senza piu' freno, che faran gli estranei?
Se giusto e' un uom nella sua casa, giusto
se governa lo stato anche sara';
ma chi le leggi tracotante vi'ola,
e vuole ordini imporre a chi governa,
mai non sara' che lode abbia da me.
Ma chi dai cittadini eletto fu,
nelle minime cose e nelle giuste
obbedito esser deve ed in ogni altra.
Un uomo tale io fede avro' che sia
a comandare e ad ubbidir disposto,
a rimaner, nel turbine di guerra,
saldo compagno nelle file, e giusto.
Male maggiore invece non esiste
della mancanza d'ordine: per questa
vanno in rovina le citta', disperse
vanno le case, le schiere alleate
fuggono infrante dalla pugna. Invece,
la disciplina da' vittoria, e salva
ai piu' la vita. e' necessario dunque
difendere le leggi, e a nessun patto
consentir che una femmina ci vinca.
Se cadere si dee, meglio cadere
per man d'un uomo: dir non si potra'
che noi fummo piu' fiacchi d'una femmina.
EMONE:
Padre, fra quanti beni i Numi agli uomini
concedono, supremo e' l'intelletto.
Io, che non giusto sia cio' che tu affermi,
dir non potrei, non lo saprei. Ma pure,
anche un altro parlar bene potrebbe.
Per tuo vantaggio investigo io cio' ch'altri
opera o parla, o a biasimo t'appone.
La tua presenza, sbigottiti rende
i cittadini, si' che non ti dicono
mai cio' che udire non ti piace: invece
io tutto posso udir, quanto nell'ombra
dicendo van: che la citta' commisera
questa fanciulla, immacolata piu'
d'ogni altra donna, e che compiuta ha l'opera
la piu' nobile, e in cambio ne riceve
la piu' misera morte. Essa il fratello
che nel suo sangue cadde, non lascio'
che dai cani voraci e dagli uccelli
fosse distrutto: non e' dunque degna
d'esser coperta d'oro? - Ecco le voci
che, basse, oscure, vanno attorno. Ora, io,
bene non c'e' che reputi maggiore,
o padre, della tua prosperita':
pei figli, infatti, c'e' pregio piu' nobile
che la fama e il fiorir del padre loro,
e pel padre dei figli? Or tu, nell'animo
non accoglier quest'unico pensiero,
che cio' che dici tu, quello sia giusto,
e poi null'altro. Chi d'avere crede
senno egli solo, ed anima e parola
come niun altri, se lo cerchi dentro,
vuoto lo trovi. A un uomo, e sia pur saggio,
non e' disdoro molte cose apprendere,
e non esser cosi' rigido. Vedi
presso i torrenti impetuosi, gli alberi
che si flettono, intatti i rami serbano:
quelli che invece fan contrasto, svelti
dalle radici piombano. E cosi',
chi su la nave troppo tese tiene
sempre le scotte, e mai non le rallenta,
naufraga infine, e naviga sui banchi
capovolti. Su via, l'ira tua frena,
e muta il tuo parer. Che', se a me giovane
dare un consiglio e' lecito, io ti dico
che per un uomo, il meglio e' certo nascere
pien di saggezza; ma tal sorte e' rara;
e bello e' pur da chi ben dice apprendere.
CREONTE:
All'eta' mia, da un giovine cosi',
apprendere dovro' dunque a far senno?

QUINTA SCENA

CREONTE:
Qual nuovo evento c'e', vecchio Indovino?
TIRESIA:
Te lo diro'; ma tu mi devi credere.
CREONTE:
Mai per l'innanzi, fede io ti negai.
TIRESIA:
Per questo la citta' diritta naviga.
CREONTE:
Per prova io lo asserisco: util ne trassi.
TIRESIA:
Sul taglio di fortuna or vai: fa' senno.
CREONTE:
Che c'e'? Le tue parole odo, ed abbrivido.
TIRESIA:
Dell'arte mia gl'indizi odi; e saprai.
Mentre io posavo su l'antico seggio
degli auspi'ci, ove il porto a me si schiude
degli aligeri tutti, uno schiamazzo
odo strano d'augelli, che strillavano,
punti dall'estro, in voci orride e barbare,
e lacerava l'un l'altro con l'unghie
sanguinolenti. Io me n'avvidi, il rombo
dell'ali era per me sicuro indizio.
Io, sbigottito, sopra l'are, su'bito
fuoco accesi ardentissimo, tentai
far sacrificio. Ma non divampo'
dalla cenere il fuoco: anzi, colo'
sulla cenere un viscido rigagno,
e fumava, e schizzava; e in aria il fiele
si sparpagliava; e i femori grondanti
nudi restavan dell'omento. Queste
funeree profezie d'ambigui riti
io da un fanciullo appresi allora:
che' guida agli altri io sono, e questo a me.
E tal morbo funesta la citta'
pel tuo disegno: che' gli altari e l'are
pieni son della carne, che vi spargono
cani ed uccelli; e quindi avvien che i Numi
ne' preci piu' ne' sacrifizi accettano
da noi, ne' fiamma dalle pingui cosce;
ne' uccello emette voci intelligibili,
se voro' d'uom trafitto il grasso e il sangue.
Percio', figlio, fa senno: a tutti gli uomini
e' possibile errar; ma sconsigliato,
disgraziato non e' dopo l'errore,
chi, caduto nel mal, non vi si adagia,
anzi, cerca un rimedio. Invece, taccia
ha di stoltezza la protervia. Or tu
cedi al defunto, non colpire un morto.
Sara' prodezza uccidere un cadavere?
Pel tuo bene pensai, pel tuo ben parlo;
e dolcissima cosa e' dare ascolto
a chi ben parla, quando utile arreca.
CREONTE:
Come arcieri al bersaglio, o vecchio, tutti
lanciate i dardi contro me: ne' illeso
rimasi pur dall'arte dei profeti.
Si'! Che questa geni'a da lungo tempo
mercanteggiato m'ha, venduto m'ha.
Fate lucro, su via, vendete argento
di Sardi, se vi piace, oro dell'India;
ma nol potrete seppellir, neppure
se volessero l'aquile dei Numi
le sue carni predar, recarle innanzi
al trono del gran Dio: neppure allora,
per evitar tanta sozzura, il corpo
io seppellire lascero'. Degli uomini
nessuno puo' contaminare i Numi,
lo so bene: anche i piu' furbi degli uomini,
vecchio, turpemente cadono,
quando l'induce a turpi detti il lucro.


SESTA SCENA

MESSO:
O voi che presso dimorate ai lari, umano stato
non e', ch'io voglia apporgli o lode o biasimo,
perche' Fortuna suscita ed atterra
l'avventuroso eternamente e il misero,
ne' v'ha profeta che assicuri agli uomini
quanto duri il presente. Era il Sovrano
degno un tempo d'invidia, a quanto sembrami,
che' dai nemici libera fe' questa
terra, solo sovrano fu
di tutto il regno, e lo guidava, e florido
era per copia di bennati figli.
Ed or, tutto ha perduto. E quando un uomo
non ha piu' gioie, vivo io non lo reputo,
ma spoglia inane che respiri. Accumula
nella tua casa sin che vuoi ricchezze,
vivi col fasto d'un sovrano: se
goder tu non ne puoi, ne' gioia averne,
pel resto non darei l'ombra del fumo.

MESSO:
Ero presente
e parlero'; ne' a te parola alcuna
io celero' del vero. A che dovrei
lusinghe offrirti, quando infin mendace
apparirei? Sta sempre in piedi il vero.
Io col Sovrano mossi; e gli fui guida
al piano estremo, ove giaceva il corpo del Fratello
laniato dai cani. E qui la Dea
invocammo dei tramiti, e i Numi,
che', posto freno all'ira, a noi benevoli
fossero. E il corpo, di lavacri casti
purificammo; e sopra rami svelti
allora allora, ardemmo i tristi avanzi,
ed erigemmo un tumulo alto, sopra
la terra patria; e alla caverna
quindi movemmo, al talamo di rocce
dove giaceva la fanciulla. Ed ecco,
uno dei nostri, ode da lungi, intorno
a quel sepolcro senza esequie, il suono
d'acuti ululi, e corre, ed al Sovrano
ne reca annunzio; e quando questi, piu'
si fa vicino, un indistinto suono
l'avvolge d'urli miseri; e singhiozza
egli, lagrima, e rompe in questi accenti;
Misero me, sono io dunque indovino?
Questa e' dunque la piu' funesta via
di quante io prima ne battei? La voce
mi molce il cuor del figlio mio. Correte
ivi presso, o famigli, ove del tumulo,
fra le rocce scalzate, il vano s'apre,
presso la fauce stessa introducetevi,
alla tomba accostatevi, e guardate
se la voce e' di mio figlio quella che ascolto,
o se di me si fanno gioco i Numi! 
E noi guardammo, come l'ansio re
ordine dava; e dalla tomba al fondo
pel collo stretta la fanciulla, avvinta
vedemmo a un laccio di ritorto lino,
ed il Figlio del Sovrano presso lei, che, abbandonato,
a mezza vita la stringea, le nozze
piangea distrutte nell'Averno, e l'opere
empie del padre, e l'infelice talamo.
Come il padre lo vide, un fiero gemito
levo', gli si fe' presso, e con un ululo
a lui si volse: Misero, che fai?
A che sei qui venuto? In che sciagura
la ragione perdesti? Esci di li',
figlio, ti prego, ti scongiuro! - E il figlio
con selvagge pupille lo guato',
e gli sputo' sul viso, e nulla disse,
e per la duplice elsa il ferro trasse.
Ma il padre via fuggi'; ne' quei lo colse;
e con se stesso irato allora, oh misero!,
si gitto' su la spada, e a mezzo il petto
se la confisse. E, ancora in se', si stringe,
col braccio gia' mancante, alla fanciulla,
e sbuffa, e avventa su la bianca guancia
di rosse stille impetuoso fiotto.
E poi che i riti nuziali, o misero,
negli Inferi compi', giace cadavere
a un cadavere avvinto; e insegna agli uomini
che d'ogni male, avventatezza e' il pessimo.

EPILOGO

ANTIGONE 
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Antigone - Sinossi: 
Messa in scena dell'Antigone a Treviso in luoghi inusuali e angusti, 
come sottopassaggi, cavalcavia, bagni ... 
Le due protagoniste rappresentano due attrici teatrali 
che sono costrette a recitare in luoghi inospitali e assurdi. 
Cacciate e schernite da una citta' sorda e cieca non si adeguano 
e con orgoglio e coraggio portano a termine la loro rappresentazione 
di una versione dell'Antigone.

Download: [ Antigone.rtf ] [ Antigone.pdf ]

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Last Update: 20  febbraio 2010